COMUNICATO
Intervento Caterina Morganti
Sabato 28 settembre 2013

Quando nel novembre scorso mi sono riavvicinata al partito dopo anni, gli anni di questa difficile unificazione, ho trovato un partito fragile, frammentato occupato più a gestire gli equilibri del potere interno che non a mettere in campo idee per avviare politiche di sviluppo, quelle idee di sviluppo che solo possono farci essere protagonisti del futuro, come recita il titolo di questo congresso.

Il misero risultato elettorale avrebbe dovuto aprire autostrade di dibattito interno anche e soprattutto sulla perdita di credibilità all’esterno. Farci interrogare sul perché, questo partito unificato non sia più stato e non è ancora in grado di rappresentare le idee di progresso e equità sociale e difesa delle pari opportunità, e non solo tra i sessi, che sono motivo fondante e sostegno delle idee progressiste e che fanno parte della storia dei due partiti oggi unificati. In forza di queste idee, che sono la nostra base culturale, il partito

sarebbe dovuto diventare un grande partito progressista  interlocutore principe nella gestione della cosa pubblica, alternativa alle forze conservatrici, almeno questo era l’obiettivo datesi con l’unificazione, invece siamo oggi un partito piccolo che subisce continui abbandoni l’ultimo gravissimo quello del nostro presidente, un partito che consuma energie nelle faide interne, nelle correnti, lasciando respiro a chi, anche tra di noi, ha in mente una politica senza orizzonti.

E perdiamo, non solo le elezioni, perdiamo, perdiamo tutti e abbiamo già perso la nostra identità e la nostra storia.

Fuori di qui c’è un Paese in profonda crisi di cui diamo l’impressione di accorgerci appena, e diamo anche l’impressione di non avere ben chiaro il livello di tensione sociale a cui l’esasperazione della mancanza di lavoro può portare, e non mi riferisco solo alla piazza in protesta dell’altro giorno. Lo sappiamo quando si tocca la pa il paese si rivolta per poi ritrovarsi a rientrare quasi subito nella sicurezza della propria busta paga. E, a parte qualche scalmanato, quella piazza gestita dal sindacato non fa troppa paura. Il Paese di cui parlo è quello esasperato che non è ancora sceso in piazza, il paese che anche il sindacato trascura, dei tanti senza più la certezza non tanto del futuro ma del presente. I cassa integrati che non riusciranno a rientrare nel mondo del lavoro perché nessuna politica è stata messa in campo, eppure sono una realtà. In questo paese si consente alle poche industrie ancora floride sul territorio di rifiutare l’assunzione sopra una certa soglia di età ad esempio, fatto gravissimo perché significa che queste persone non avranno più modo di rientrare nel mondo del lavoro. C’è, là fuori, un Paese in ginocchio e una parte del Paese, quella che scende in piazza, pronta ad indignarsi se gli si tocca la busta paga ma che non sa che quella busta paga è un lusso che l’altra metà del paese non si può più permettere. A fronte dei pochi che evadono le tasse e che sarebbero facilmente perseguibili se veramente si volesse intraprendere una lotta all’evasione, i privati diventano  tutti evasori per un sindacato che mai come oggi ha mostrato tutta la sua miopia. Il mondo del lavoro oggi è fatto di piccoli , padroni, con il codice fiscale, che pagano  contributi spesso insostenibili e tasse e anche minimum tax (un fatto gravissimo averla riconfermata senza un controllo su chi può e deve effettivamente pagare e chi no) laddove spesso non arrivano a farsi una busta paga di cinquecento euro mensili. Padroni senza dipendenti, padroni perché si cerca di trovare soluzione alla propria disoccupazione dopo aver passato invano anni, iscritti  alle liste di collocamento, mai inseriti perché senza favori politici. Se ci sforzassimo di conoscere più a fondo questa realtà non solo avremmo potuto spiegare meglio a quella piazza di martedì cosa stiamo cercando di fare con questa riforma fiscale ma  in questi mesi di governo avremmo potuto mettere in campo politiche di sviluppo, idee e progetti per creare occupazione anche al di fuori delle maglie strette e soffocanti di una pa che non cederà sui diritti acquisiti, anche se quei diritti dipendono per buona parte da una gestione clientelare che o prima o poi doveva scoppiare, e dunque non sono diritti ma privilegi. E invece di preoccuparci del modo in cui creare occupazione cosa abbiamo fatto? La nostra Segreteria al lavoro ha intrapreso una battaglia paladina contro il fenomeno del lavoro nero… perfetto, il lavoro nero va combattuto, ma lo ha fatto, non so ancora capire se per ingenuità, in forza di un decreto iniquo e discrezionale, cui il primo atto politico serio doveva essere la messa in discussione, disconoscendo in parte l’operato dell’ufficio del lavoro dando input alla polizia civile di eseguire controlli, che ha eseguito con arroganza e incompetenza e così la lotta al lavoro nero di questa segreteria si è risolta nelle multe al genitore che aiuta il figlio, ai mariti, alle mogli ai figli, difficile paragonare l’aiuto di un famigliare al moldavo sottopagato che con ogni probabilità ancora lavora in nero. Applicare quel decreto che neppure chi lo ha voluto ha fatto applicare è stato solo un grande autogol con la conseguente perdita di posti di lavoro, perché qualcuna di quelle realtà che non potrà più contare sul sostegno famigliare sarà costretta a chiudere, così abbiamo creato nuova disoccupazione.  Molti sono i nemici che ci siamo fatti con la nostra breve azione di governo, incapaci anche di spiegare dove finiscono i soldi delle multe, dei tagli , della patrimoniale, incapaci di toccare davvero i poteri forti abbiamo mietuto vittime e mentre noi facciamo il “lavoro sporco” il nostro alleato racconta ai suoi che i sacrifici chiesti sono per difendere lo stato sociale e la scuola pubblica, noi neppure di questa retorica sembriamo capaci e appariamo timorosi che l’alleato possa dire che non siamo bravi abbastanza e preferisca a noi qualcun altro. Credo che non si possa stare bene con questo “timore” Per questo dobbiamo riabituarci a dividere l’azione di partito da quella di governo, i governi si fanno sui programmi condivisi, i partiti si costruiscono e si alimentano con le idee, quelle sane. Noi siamo poco forti, perché abbiamo abbandonato il dibattito interno proprio sulle idee per affrontare il presente, anche il nostro programma di governo è in parte appiattito su soluzioni non più sostenibili questo è un paese diverso da quello che ventilavano i piani McKinsey o Ambrosetti, soprattutto il mondo fuori è cambiato, solo noi sembriamo non accorgercene, spero non sia per portare avanti progetti che hanno chiaro il sapore della speculazione e dell’interesse personale.

In tempo di così profonda crisi non abbiamo bisogno di accontentare qualcuno soltanto, e sempre gli stessi, ma porci il problema di una vasta area di persone che non ha nulla e che abbiamo voluto noi, come partito,  scolarizzare ai massimi livelli anche se i documenti congressuali sembrano essersene dimenticati., giovani e meno giovani che l’assenza di politiche di sviluppo ha costretto ad andarsene o a ritrovarsi a non poter esprimere sul territorio le proprie capacità. Così come ci siamo dimenticati che è nostra la conquista dell’asilo nido e che la loro sopravvivenza è stata possibile soltanto dal momento in cui ne abbiamo fatto una scuola pubblica perché tutta la comunità si è responsabilizzata sul progetto educativo per l’infanzia. Fortunatamente oggi l’asilo di Falciano apre, pubblico.  Anche questo è un segnale di un partito che è protagonista di conquiste che riguardano la comunità tutta. Possiamo essere oggi in grado di ritrovare la nostra capacità  di mettere in campo idee sostenibili, innovative e non permettere che vengano demolite le nostre conquiste sociali e le nostre eccellenze. In questo dobbiamo sostenere l’azione dei Nostri Segretari, oggi al governo, il cui compito è davvero difficile.

Dobbiamo impegnarci ancora di più per far emergere i nostri valori: quelli dell’equità, delle pari opportunità, dell’attenzione ai fenomeni complessi di una realtà in continuo cambiamento, complessità che abbiamo sempre saputo interpretare in passato.  La nostra assenza ideale, chiamiamola così, ha avviato il Paese verso una diseguaglianza profonda tra i privilegiati e intoccabili e tutti gli altri, poveri, ormai.

Credo che questo partito non deve dimenticare le proprie origini e chi ha tentato di portarlo verso una logica liberista ha semplicemente sbagliato partito, doveva iscriversi da un’altra parte.

Se non siamo più in grado di difendere i principi fondanti della nostra storia politica, perderemo, perderemo e basta, fino a sparire.

Ecco perché, oggi più che mai, è importante mettere da parte i personalismi e gli attriti interni e ricostruire questa identità. Non ci sarà vittoria né sconfitta né dell’una né dell’altra o dell’altra corrente ancora se dal congresso non arriverà forte questo segnale.

grazie

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